Case della comunità, qualche riflessione

Le “Case della Comunità” (o anche definibili Case della Salute) restano ad oggi solo un sigla, dietro la quale non si riesce ancora a percepire un progetto concreto, nonostante si tratti di una innovazione presentata (e attesa) come la grande prospettiva a cui sono legate le possibilità di rilanciare anche nel Lodigiano la medicina territoriale, vale a dire quella più vicina giorno per giorno ai bisogni immediati di cura e assistenza delle persone. Stupisce a questo proposito l’assenza di un dibattito locale, che coinvolga i Comuni e riconosca il loro ruolo centrale: in questo senso, c’è purtroppo da segnalare la totale mancanza di iniziativa dell’amministrazione di Lodi, a partire dalla valutazione delle soluzioni indicate dalla Regione per la città capoluogo (l’ex Cup di via Massena ed il Parco Tecnologico Padano). 
La scelta del Ptp in particolare suscita forti perplessità, perché non appare la più adeguata alle funzioni di “servizio di prossimità” che una Casa della Comunità dovrebbe svolgere e trasmette la sensazione che si tratti solo di una mossa funzionale a giustificare l’acquisto da parte del Comune del complesso di via Einstein, con i 9 milioni di euro stanziati a questo scopo dalla Regione. 
Si tratterebbe quindi di una operazione puramente economica e patrimoniale, con la quale si pensa di porre rimedio all’indebitamento del Parco Tecnologico, senza nessuna visione strategica per la sanità territoriale, con l’attenzione tutta spostata sul “contenitore” e nessuna considerazione per i contenuti, vale a dire i servizi per la popolazione. 
Il modello di Casa della Comunità che emerge dai provvedimenti regionali è sostanzialmente quello di un “poliambulatorio” associato ad una funzione, tutta da definire per numeri e prestazioni, di medicina generale o “di base”. Le visioni alternative a questo schema però non mancano, guardando alla Casa della Comunità come ad un punto di riferimento di un sistema integrato, dove il concetto di “salute” trovi condizioni di tutela e promozione in tutti i suoi aspetti, sanitari, socio-sanitari e sociali: in sostanza, quel luogo dove davvero sia possibile trovare le risposte alla domanda di prossimità ed immediatezza dei servizi sanitari territoriali che l’esperienza drammatica della pandemia ha imposto come priorità assoluta. 
Ecco, perché ciò avvenga è indispensabile aprire un confronto su come costruire le nostre Case della Comunità, coinvolgendo tutte le realtà che sono impegnate quotidianamente a rispondere ai bisogni dei cittadini, dagli Enti Locali con i loro servizi sociali agli operatori professionali della sanità e del Terzo Settore. Le domande da affrontare solo numerose: quale rapporto sviluppare con l’assistenza domiciliare? Quali servizi potranno essere offerti al di fuori della sede fisica della Casa, per tutte quelle persone che avranno difficoltà a raggiungerla? Come verrà organizzato il sistema di trasporto pubblico (di linea o appositamente dedicato) per favorire i collegamenti con le Case della Comunità di tutto il territorio che dovrà fare riferimento a Lodi? Sono aspetti cruciali, che non possono essere rinviati, perché potremmo trovarci con due nuove strutture aperte per poi scoprire che sono inadeguate.
Il Lodigiano ha urgente necessità di poter fare affidamento su un sistema integrato socio-sanitario che abbia effettive caratteristiche di territorialità. La nostra è una Provincia che in questi anni ha subito un grave impoverimento del servizio sanitario e nonostante lacune e contraddizioni della nuova legge regionale le Case della Comunità possono rappresentare un’occasione per un sostanziale cambiamento, come deve essere anche nello spirito del PNRR, da cui arriveranno le risorse per finanziare questo progetto. Non possiamo permetterci di non cogliere questa opportunità fino in fondo e per farlo bisogna innanzitutto lasciare da parte gli annunci e le sigle e passare ad un dibattito vero e serio per riempire di contenuti questa prospettiva.
Le soluzioni di ripiego, più utili a risolvere problematiche di altro tipo, del tutto estranee ai veri bisogni del nostro sistema sanitario, non sarebbero perdonabili.

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