Un’occasione persa per l’arroccamento ideologico del vicesindaco Maggi

Nell’ultimo Consiglio comunale si è discusso dell’intitolazione di una via a Norma Cossetto, ventitreenne istriana torturata, uccisa e gettata nelle foibe nell’ambito del dramma degli italiani sul confine orientale sul finire della Seconda guerra mondiale.

Una proposta della coalizione Maggi che avrebbe potuto essere l’occasione per una serena e franca discussione storica volta a superare gli steccati del passato, ma che si è invece trasformata nella consueta occasione di partigianeria politica da parte dell’assessore alla cultura, che si definisce liberale – la corrente di pensiero teoricamente meno ideologica in assoluto – ma che in realtà risulta spesso più rigidamente dogmatico di qualsiasi ideologia.

Dovere delle istituzioni, in qualità di enti rappresentanti di tutti i cittadini, è quello di farsi promotori una memoria condivisa, monito contro gli errori del passato o esempio di virtù positive. Ma poiché ogni membro di assemblee elettive è anche esponente di una parte politica, la tentazione di offrire simboli e rappresentazioni della realtà funzionali alle proprie esigenze è sempre dietro l’angolo.

La stessa vicenda del confine orientale, in fin dei conti, ha scontato in una fase della storia repubblicana questo riduzionismo funzionale in quel caso ad insabbiare i crimini che avvenivano al di là della cortina di ferro; ed è stato doveroso, per il Partito Democratico e per tutta la sinistra socialdemocratica, prendere con forza le distanze da quell’errore del PCI di allora. Ma se sacrosanta allora è stata l’istituzione della Giornata del Ricordo il 10 febbraio per commemorare l’esodo di gente colpevole solo di vivere nel posto sbagliato e di appartenere ad una nazione diversa da quella vincitrice, ancora una volta bisogna prestare attenzione a non trasformare questo evento nell’anti-Giornata della memoria; cosa che talvolta invece avviene in certi ambienti politici di destra, complice la data ravvicinata con il 27 gennaio.  

Ancora, questo stesso meccanismo di “memoria parziale”, nel nostro piccolo, l’abbiamo visto anche solo l’anno scorso, con la vicenda dell’intitolazione di una via a Sergio Ramelli, presentato non come una delle tante vittime della furia assurda degli anni di piombo – anni in cui l’ideologia politica è sfociata nella violenza cieca da ambo gli estremi dell’arco parlamentare – ma come un martire della destra contro la sinistra.

Tutte le volte che, nel fluire inarrestabile dei milioni di vite che nella Storia scorrono e poi si spezzano, ne scegliamo alcune che erigiamo a “simboli”, dobbiamo dunque chiederci che cosa stiamo rappresentando. Norma Cossetto è stata una giovane donna barbaramente uccisa, che può essere meritatamente simbolo di tutte le donne che in ogni epoca sono vittime della sopraffazione in guerra e di tutti gli uomini e le donne vittime di pulizia etnica; ma è stata presentata, nella mozione del gruppo Maggi, come una martire del comunismo nel suo insieme, tanto che il testo della mozione non citava in alcun modo la complessità della vicenda del confine orientale italiano, che invece viene esplicitamente menzionata nelle motivazioni per l’istituzione della Giornata del Ricordo da parte del Parlamento; quel confine orientale che ha visto il dramma delle foibe come quello della Risiera di San Sabba e nel quale il comunismo di Tito – aberrante, certo – aveva tutti i tratti del nazionalismo, ma è cosa diversa da quello italiano che invece ha partecipato alla costruzione dell’Italia democratica e più in generale a quell’idea che ha ispirato migliaia di uomini a battersi nel pianeta contro lo sfruttamento e l’oppressione.

Insomma, la Storia è fatta di complessità; semplificarla o darne letture parziali vuol dire fare un torto prima di tutto a coloro che delle sue vicende sono state vittime. Come la stessa Norma Cossetto e come tutte le altre donne che ancora oggi, in ogni angolo del pianeta, sono costrette a fuggire o cadono vittime della violenza etnica o politica, della guerra, della sopraffazione.

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