Martiri del Poligono: dimenticanze che pesano

Ieri, come ogni anno, si sono tenute le celebrazioni in ricordo dei Martiri del Poligono: cinque partigiani torturati brutalmente e poi fucilati dai fascisti il 22 agosto del ‘44, qui a Lodi.
Franco e Giancarlo avevano 17 anni, Ettore e Lodovico 20, Oreste 38. Ma non li ricordiamo semplicemente perché erano giovani vite spezzate, li ricordiamo perché la loro lotta per una Libertà che non avevano mai conosciuto è il fondamento della nostra democrazia.
È un rito civile della nostra Città che viene portato avanti ininterrottamente dal 1945.
Le cerimonie non sono contenitori vuoti: sono un mattone indispensabile di ogni comunità, sono ciò che crea una Memoria condivisa all’interno degli infiniti fatti della storia umana, sono ciò che costruisce quell’insieme di valori che ci tengono assieme al di sopra delle nostre vite private.
Ebbene: ieri, all’arrivo sotto i portici del Broletto di cittadini, Anpi e autorità civili e militari per i discorsi commemorativi… scopriamo che l’Amministrazione si era dimenticata di dare indicazioni a qualcuno perché predisponesse gli spazi!
No, non è una barzelletta: NIENTE sedie, NIENTE microfoni, NIENTE palco, NIENTE area delimitata, biciclette della gente al mercato parcheggiate ovunque.
Si è rimediato in fretta e furia portando giù qualcosa dal Broletto e spostando le bici, ma il risultato è stato che i sindaci in fascia tricolore, le forze dell’ordine in alta uniforme, la presidente dell’Anpi e i cittadini presenti si sono ritrovati assembrati in piedi un po’ a caso sotto i portici senza sapere bene dove e come mettersi (in barba tra l’altro al distanziamento covid, che le sedie avrebbero invece garantito) e la gente che andava al mercato passava logicamente tutto intorno senza neanche accorgersi che lì era in corso una celebrazione civile.
Questa leggerezza è l’emblema più evidente del valore che questa Amministrazione dà alla Memoria della lotta al nazifascismo.
Una Memoria di cui avremmo invece un gran bisogno: proprio qualche giorno fa, qualcuno aveva imbrattato con delle croci celtiche la lapide di un altro giovane partigiano sulla strada per Lodi Vecchio.
E ancora, in questi mesi in cui ci viene chiesto semplicemente di non andare in discoteca e di indossare la mascherina, si sentono cittadini (ed autorevoli esponenti politici) gridare alla “dittatura” nel nostro Paese.
Dittatura… la dittatura che ha vissuto l’Italia è quella dell’olio di ricino. Degli oppositori mandati al confino. Dei bambini messi a marciare a scuola come soldatini. Delle leggi razziali. Del rastrellamento del ghetto di Roma. È la causa della guerra più feroce che il nostro Paese e il mondo intero abbiano mai conosciuto. Sono i neonati di Sant’Anna di Stazzema lanciati in volo per il tiro al piattello dei soldati.
Sono cinque partigiani nella nostra Città fatti sbranare da un cane lupo sguinzagliato dai gerarchi e poi fucilati al Poligono senza processo.
QUESTA è la dittatura che dobbiamo ricordare, QUESTA è la Memoria che di questi tempi dobbiamo conservare, QUESTO è il senso – anche in quest’anno così difficile – di una ritualità da salvaguardare.
E a cui invece, colpevolmente, questa Giunta ha dedicato forse cinque minuti al massimo della sua attenzione, al punto da scordarsi di una banalità come la predisposizione di uno spazio per ospitare il rito.
[Nelle prime due foto, due celebrazioni di anni passati. Nella terza, uno scorcio della celebrazione di ieri]

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