Quando la discriminazione non si ferma neanche davanti ai bambini

Da ormai qualche settimana, la nostra città è sotto i riflettori della stampa nazionale per via del Regolamento comunale che disciplina l’accesso ai servizi scolastici a domanda individuale (mensa, scuolabus, pre/post scuola e nido), che ha creato una forte discriminazione tra famiglie italiane ed extra UE.

Per effetto di questo provvedimento i cittadini stranieri, infatti, sono obbligati a reperire nei Paese di origine una serie di documenti aggiuntivi per certificare l’assenza di beni sull’intero territorio nazionale.

Per molte famiglie straniere è iniziata una vera e propria odissea. E nonostante i notevoli sforzi, in molti casi la documentazione è stata ritenuta incompleta. Il Comune di Lodi ha infatti respinto ben 254 domande su 259, con l’effetto che ad oggi, le famiglie straniere sono obbligate a corrispondere la tariffa massima per i servizi scolastici, pur avendo diritto per il loro reddito ISEE a tariffe inferiori.

In quasi tutti i casi, i cittadini stranieri non riescono a pagare i servizi a queste condizioni. Così succede che i bambini italiani possono accedere alla mensa, mentre quelli stranieri sono costretti a portarsi il pasto da casa e a consumarlo in un’aula separata. Una sorta di apartheid scolastica che va assolutamente contro i principi educativi che la stessa scuola dovrebbe promuovere.

Per cercare di gestire questa situazione complicata, è nato il Coordinamento uguali doveri, formato da cittadini lodigiani e stranieri, associazioni, sindacati, attivisti politici e consiglieri di opposizione. Tra le varie iniziative di sensibilizzazione in città, è stata lanciata anche una raccolta fondi che permetterà ad alcune di queste famiglie di pagare la differenza tra la fascia massima e quanto invece dovrebbero pagare per diritto.

Il 29 settembre, inoltre, un corteo composto da cittadini lodigiani e di origine straniera ha attraversato le strade di Lodi protestando contro questo regolamento discriminatorio. La manifestazione pacifica è terminata in piazza Castello, dove il Partito Democratico ha sottolineato che questa situazione in città è davvero immorale e ingiusta: “Dobbiamo ricordarci la nostra storia, poco più di sessant’anni fa, alla fine della seconda guerra mondiale, erano gli italiani emigrati, alla ricerca di un futuro dignitoso, ad essere discriminati ed esclusi socialmente”.

Tra i tanti interventi, è stato proprio l’avvocato Guariso, dell’ASGI, che ha presentato per conto nostro un ricorso contro il regolamento della giunta Casanova, invece, a chiarire da un punto di vista giuridico perché il Sindaco non sta rispettando la legge italiana: “Il DPCM n.159/2013 è la norma di riferimento per questi casi e prevede che le componenti reddituali siano auto-dichiarate senza alcuna distinzione tra cittadini italiani e stranieri: sarà poi lo stato a eseguire eventuali verifiche. Questa legge è principio fondamentale della Repubblica Italiana e il comune di Lodi non può inventarsi documenti aggiuntivi”.

Nel frattempo il nostro parlamentare Lorenzo Guerini ha presentato una interrogazione a risposta scritta al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca.

Viste l’eco e le proteste così ampie suscitate da questa scelta, e vista la presenza di un ricorso pendente, ci saremmo aspettati da parte dell’Amministrazione una sospensione del regolamento, almeno in via prudenziale, come autotutela dell’Ente. Così non è stato e nel Consiglio comunale del 4 ottobre la maggioranza ha votato compatta contro la nostra richiesta di sospensione.

Anche il vicesindaco Maggi, che pure in una lettera pubblica aveva mostrato perplessità nei confronti del regolamento, ha infine piegato la testa ai super-padroni leghisti: più che l’amor poté… la poltrona, direbbe Dante.

Ma intanto i bambini continuano a pagare ogni giorno gli effetti di questa orribile scelta: l’apartheid lodigiano delle mense, purtroppo, non si ferma.

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